La laguna, Moitessier e Il Moro
racconto semiserio della 50 miles challenge 
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Lavarmi i denti alle 5:47 del mattino ad un paio di miglia al largo del lido di Venezia su una barchetta di 5 metri era un’esperienza che mi mancava. Al momento non ci ho pensato ma ero di fronte al festival del cinema, le luci del palazzetto erano ancora accese, e forse molti radicalchicfiglidipapà stavano tornando nei loro hotel. 

Il mio hotel in cui avevo dormito qualche ora prima si chiamava tendadatreposti, era localizzato a Sant’Erasmo ed ora è stivato nella prua di Maestrale, R18 da competizione, che sta navigando verso sud.
Altre barche accanto a me di cui riconosco l’ombra prendono altre rotte, chi più al largo chi più avanti, in pochi minuti la 4° edizione della 50 miglia è questione di resistenza.
Cosa aveva fatto Bernard Moitessier al golden globe del 68?

E come si chiamava quel pazzo navigatore inglese che mentendo sulla sua rotta del giro del mondo attese che gli altri concorrenti lo raggiungessero per arrivare prima di loro senza aver mai passato il 30° parallelo? Ma avremo abbastanza cibo? quanti anni hai Diego? ma Marco ci è o ci fa? domande che si arrovellavano nella testa durante una poppa lunga 4 ore che ci stava portando a Chioggia.
Viaggio al termine della notte scriveva Celine, e così era arrivata la fine di una notte in Adriatico ed era mattino presto a Chioggia. Ore 8:30, brezza al traverso, colazione con caffè freddo e biscotti, anzi, “gallette” come le chiamavano i navigatori inglesi. In quel tratto Mastrale da il meglio di sè, un R18 con un genoa che alle andature larghe va alla grande e recuperiamo su “brezza fresca”, superiamo, salutiamo, godiamo e ci insabbiamo.
Tanto va la gatta al largo che ci lascia la deriva! Manovra di disincaglio, siamo nuovamente liberi ma ancora dietro a brezza fresca che se la ride e dobbiamo affrontare una serie infinita di bordi estenuanti con una corrente contraria che ci impedisce ogni guadagno. Il nervosismo e la frustrazione e il poco sonno si fanno sentire e ho voglia di uccidere, di distruggere la barca, di tagliare le vele, maledisco tutto e tutti, porco Eolo che si è pure indebolito.
Punizione divina: tre ave marie e 15 minuti di pioggia torrenziale. Siamo bagnati completamente e dietro di noi vediamo solo Reglisse che fa più fatica a risalire il vento mentre davanti intravediamo le barche più veloci, Shilla, Randagia che però gettano l’ancora prima del canale dei petroli con una corrente di marea che non pensavo potesse essere così forte. Un fiume, una potenza sprigionata che avverti nella sua grandiosità solo in mezzo alla laguna o accanto ai restringimenti come le bocche di porto, una laguna che respira, che è viva e che nessun turista sa vedere.
Ricordo in quel momento che con la forza della marea si può produrre energia elettrica, che il mose è li a pochi passi e non si vede, che le petroliere lavano le vasche in mare aperto, che la plastica che buttiamo si accumula e non si degrada mai, e che la laguna di Venezia è un posto unico al mondo e a volte ci dimentichiamo il perchè.
Pensieri che non condivido con il resto del team, perchè devo virare e virare ancora, per risalire, per finire la 50 miglia, ma sono le 15:00 e siamo ancora agli Alberoni.
Di nuovo fastidiosi e strani pensieri, come diavolo fanno i guru della vela contemporanea, Loick Peyron, Coville, Gabart, a fare da soli i record in oceano? Ti piace veramente la vela? Sono pronto a fare queste sfaticate per cosa poi? Ma che senso ha lottare contro il vento? Ma questa 50 miglia che si ispira ai grandi eventi del calibro di Volvo Ocean Race, Ostar, dov’è il comitato?

Intanto siamo in bacino di San Marco, di fronte al lido dove troviamo onde più alte del mare aperto, una follia pazzesca, i motoscafi e i vaporetti sfrecciano senza pietà incrociando le acque e in un fondale basso che fa frangere le onde.
Abbiamo deciso di accorciare ulteriormente il percorso per evitare di arrivare oltre il limite e quindi passiamo dietro alla Darsena e di fronte a noi vediamo ormeggiato il glorioso Moro di Venezia! E’ la storia della vela, la storia di una città che con il mare ha un legame indissolubile.
Cosa direbbe di noi Paul Cayard con il suo italiano-californiano? Dopo questa celestiale visione, in poche ore e con un vento portante raggiungiamo punta San Giuliano e gli altri che hanno finito molto prima di noi. Fine. Sono distrutto, il cibo è ancora quasi tutto nella sacca, ho bevuto tre litri d’acqua e una birra conclusiva.

Diego, cosa aveva fatto Bernard Moitessier al golden globe del 68? Con Joshua era primo, gloria e fama lo attendevano all’arrivo di Plymouth dopo un giro del mondo in solitaria ma decise di continuare a navigare e fare rotta per Tahiti, di nuovo. La lunga rotta. Ho letto due volte quel libro, non è un grande stile letterario ovviamente non siamo ai livelli narrativi di Stendhal, anzi è ripetitivo, continua a ripetere le stesse cose, si fa sempre le stesse domande. Ossessioni forse, continua ricerca di qualcosa che sfugge, la voglia di ricominciare a percorrere le onde del mare. L’oceano non misura 50 miglia, ma 50 miglia sono un buon numero per iniziare a pensare.

Stefano Tornieri

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